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[ RECENSIONE ] L'ultimo sorriso di Sunder City di Luke Arnold | Nua

L'ULTIMO SORRISO DI SUNDER CITY di Luke Arnold 
Prezzo: 15.00€  | Pagine: 292

Il primo romanzo della serie dedicata a Fetch Phillips, un investigatore privato che vive in un mondo rimasto senza magia. Voglio un caso vero. Un'occasione di fare qualcosa di buono. Perché è colpa mia se la magia non tornerà mai più. Mi chiamo Fetch Phillips, come è scritto sulla porta. Ci sono tre cose che dovreste sapere prima di ingaggiarmi: La mia sobrietà vi costa un extra. I miei servizi sono confidenziali. Non lavoro per gli umani. Niente di personale, perché sono umano anch'io. Ma dopo quanto successo, non sono gli umani ad aver bisogno del mio aiuto.
Attore australiano e noto al pubblico per il suo ruolo nella serie televisiva Black Sails, Luke Arnold decide di mettersi in gioco come scrittore debuttando nel genere fantasy. Una storia di un mondo che non conosce più la magia, di errori umani e gelosie ancestrali, di essere viventi in continua lotta per il potere. L'ultimo sorriso di Sunder City è il suo primo romanzo, da oggi in libreria.
Sunder City è una città dai mille volti che presenta tanti elementi in comune con la più classica sconfinata metropoli: qui, infatti, si alternano ricchezza e povertà, sogno e miseria, speranza e disillusione. Sunder City dopo la Coda non è più la stessa. La cupidigia e la gelosia tipicamente mortale hanno prosciugato ogni briciolo di magia e ogni suo incanto, come estrema ed inevitabile conseguenza, è scomparso lasciando creature inermi ed indifese, private del loro spirito più profondo e condannate ad una morte lenta, dolorosa ed inevitabile. E al centro esatto di una storia che ha dell'incredibile c'è un uomo al soldo, Fletch Phillips. Un umano chiamato da un alquanto ostile ex magum a ritrovare un professore di liceo scomparso senza lasciare traccia - il professor Rye - un vampiro di oltre trecento anni.

Quello che mi ha colpito a primo impatto è stato lo stile narrativo adottato da Luke Arnold: fresco, dinamico, ironico. Non siamo davanti ad un fantasy complesso o arcaico, ma nella sua semplicità pressoché lineare riesce a lasciare il segno fin dalle prime pagine, raccontando la sua storia con una ironia pungente - a tratti dissacrante - che sa il fatto suo. Ironia che si riflette perfettamente nel suo sgangherato protagonista. Al primo incontro con Fletch sono stata colta da un improvviso flashback: quel suo incessante sarcasmo e quel cinismo che ha sempre caratterizzato ogni singolo istante della sua vita - mascherando molto volte un senso di disagio ed inadeguatezza - mi riportava alla mente un nome difficile da dimenticare, Gregory House. E in quella veste Luke Arnold ha fatto centro.

Purtroppo, alla mia positiva sorpresa nel trovarmi davanti un fantasy diverso (non tanto per la storia quanto per l'originale approccio stilistico) è seguita la parziale delusione sopraggiunta a metà lettura. Qualcosa è mancato e quel qualcosa - al netto di un aspetto positivo di cui vi parlerò dopo - si è fatta sentire. Quell'ironia che tanto aveva destato la mia curiosità è venuta mancare proprio nel momento più importante sostituita da un timbro più classico del genere in questione che - in questo specifico caso - andava nettamente a stridere con quanto letto sino a quel punto. C'è stato un calo di attenzione evidente che il fantasy non perdona: alcuni fatti sono resi in modo molto autentico, preciso e dettagliato a discapito - ahimè - di molti altri che tendono quasi a perdersi nella mischia, soprattutto a cavallo dell'alternato sbalzo temporale tra passato e presente. Ecco, forse avrei apprezzato una maggiore coerenza timbrica. Allontanarsi da un approccio del genere fantastico non scontato come è quello ironico mi è sembrato quasi forzato in alcuni parti e - a conti fatti - anche controproducente ad un apprezzamento finale decisamente sotto le iniziali aspettative.

Per concludere il quadro generale non posso che citare quella nota positiva capace di lasciare qualcosa di bello a fine lettura. Sto parlando del messaggio che Luke Arnold ha disseminato lungo il percorso in ben più di un'occasione senza risultare mai invadente o altrimenti ripetitivo. La paura del diverso e l'incapacità di comprenderne la reale bellezza. Un concetto molto attuale e tipicamente umano che Arnold decide di adottare per ogni specie vivente perchè tutti abbiamo paura dell'altro e se diventiamo amici del nostro nemico, la prima cosa che facciamo è identificare un altro avversario.

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2 commenti

  1. Ciao Cristina! Credo proprio che mi segnerò questo titolo, mi ispira! :)

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