[ RECENSIONE ] Phobia di Wulf Dorn | Un thriller a due velocità

PHOBIA di Wulf Dorn
324 pagine | €16,60 cartaceo (rilegato)
Corbaccio | Amazon Influencer


Londra, una fredda notte di dicembre nell'elegante quartiere di Forest Hill. Sarah sta dormendo quando sente rientrare il marito, che sarebbe dovuto restare via per lavoro ancora qualche giorno. Ma l'uomo che trova in cucina intento a prepararsi un panino non è Stephen. Eppure indossa gli abiti di Stephen, ha la sua valigia, ed è arrivato fin lì con l'auto di Stephen, parcheggiata come al solito davanti alla casa. Sostiene di essere Stephen, e conosce particolari della loro vita che solo lui può conoscere. Elemento ancora più agghiacciante, l'uomo ha il volto deturpato da orribili cicatrici. Per Sarah e per Harvey, il figlio di sei anni, incomincia un incubo atroce, anche perché lo sconosciuto scompare così come era apparso e nessuno crede alla sua esistenza. Anche la polizia è convinta che Sarah sia vittima di un forte esaurimento nervoso e che non voglia accettare che il marito sia andato via di casa volontariamente e che presto tornerà. Sola e disperata, Sarah si rivolge all'unica persona che, forse, può aiutarla, il suo amico d'infanzia Mark Behrendt, psichiatra che conosce gli abissi dell'animo umano. Insieme Mark e Sarah iniziano a indagare, mentre il misterioso sconosciuto è sempre un passo avanti a loro e sembra divertirsi a tormentarli, a lasciare piccoli segnali e scomparire. Chi è l'uomo sfigurato? Che cosa vuole da Sarah?
Avevo questo romanzo in testa da qualche mese. Non so dirvi esattamente la ragione. Probabilmente il mio essere un'accumulatrice seriale di libri sta cozzando con quel pezzo di animo profondamente simmetrico che madre naturale gentilmente mi ha donato e che, d'altra parte, mal sopporta volumi messi alla rinfusa, appoggiati dove capita, appostati in cima alla pila chilometrica in attesa di essere letto.

Così, eccomi qua, dopo meno di quarantotto ore di famelica lettura, a parlarvi di Phobia di Wulf Dorn.

In quel momento aveva capito che la vita umana consiste soprattutto di paure.
Ma la paura più grande è quella di vivere senza lasciare alcuna traccia.
Lasciare questo mondo senza aver dato un contributo.

Phobia è una droga e crea illusione. Sì, all'inizio ti colpisce nel modo giusto, crea aspettative, getta le basi per qualcosa di veramente promettente. E poi? Poi si arresta inspiegabilmente, proprio lì, nella parte centrale. Il ritmo diventa calante, i personaggi sembrano rincorrere qualcosa di incomprensibile e ben poco razionale, il bruciante desiderio di scoprire raggiunge il suo apice troppo presto, superandolo senza lasciare il segno, e continuando la sua corsa in modo troppo lineare, calmo, quasi apatico. Eppure si divora, io l'ho fatto. Cos'altro ci resta conoscendo il colpevole se non scovare il suo movente? Ed è lui che si decide di afferrare, pagina di pagina, raggiungendo quella spiegazione capace di dare un senso a scelte a tratti incomprensibili, ad altri troppo sforzate.

Così ci troviamo immersi nella stessa inquieta attesa che affligge Sarah. Chi è l'uomo sfigurato che si finge Stephen? Che fine ha fatto suo marito? Domande a cui cerca di trovare disperatamente una risposta. Eppure non ci sono tracce, niente che potrebbe far pensare che quell'incursione fosse reale e non solo frutto della sua fantasia o di quell'immaginazione messa a dura prova da una fobia che non riesce più a controllare. Eppure Sarah non è da sola. Tra le pagine di questo romanzo, infatti, r
itroviamo un vecchio personaggio molto caro ai lettori di Dorn. E se avete letto La psichiatra certamente il nome Mark Behrendt non vi risulterà affatto nuovo. Tutto bellissimo, meraviglioso, anche interessante, peccato che Dorn non sfrutti appieno questo nuovo ingresso, relegandolo ad un ruolo marginale, a tratti forzato, costruito ad hoc per lasciarsi da parte una possibilità di imbastire la prossima storia. Di cui ancora, dopo anni trascorsi, non ci è dato di sapere.

Phobia si legge benissimo, questo è chiaro. Lo stile di Dorn non si discute: scorrevole e dinamico, diretto e senza troppi fronzoli in mezzo. Racconta la sua storia con un approccio quasi cinematografico in grado di affascinare il lettore, renderlo partecipe di ogni avvenimento, tenerlo attaccato alle sue pagine fino al suo epilogo. Leggere un romanzo di Dorn non è semplice lettura, ma anche visione di ogni singola scena. Se amate questo approccio specifico, punto a favore. Cosa mi disturba, quindi? I capitoli eccessivamente brevi. Onestamente non ne comprendo la praticità. In questo modo non si fa altro che frammentare la storia, bloccare la narrazione e tranciare - in modo squisitamente letterale - il ritmo narrativo proprio nel punto di maggiore interesse. Certo, Dorn non è nuovo a questo stile, va detto, ma continuo davvero a non afferrarne il senso.

La paura ha una casa in un cui abitare e, allo stesso tempo, questo è l'unico posto
in cui possiamo affrontarla. Il tempo a nostra disposizione è limitato
e sarebbe uno spreco trascorrerlo in compagnia della paura.

Se all'inizio credevo di aver ritrovato le stesse sensazioni che mi avevano fatto tanto apprezzare La psichiatra ( anni e anni fa), andando avanti con la lettura mi sono resa conto di quanto io sia cambiata da allora. Non posso certo dire che sia un brutto libro, anzi. Purtroppo sono mancati proprio quei dettagli che mi sarei aspettata di trovare e - in modo particolare - quella profonda, inequivocabile inquietudine che vorrei sempre trovare in un romanzo del genere in questione. Rimane una lettura godibile in grado di accompagnare il lettore senza particolari difficoltà. Non mancano un paio di colpi di scena, anche se non di quelli eclatanti da lasciare senza fiato. Eppure qualcosa non è andato. O più probabilmente, è stato il suo essere eccessivamente tiepido ad avermi deluso, almeno in parte.

Dopo anni di letture thriller si cambia, è inevitabile. Il gusto si affina perchè di acqua sotto i ponti ne è pur passata e le aspettative sono diverse, maggiori, più alte, semplicemente. È il non accontentarsi più che mi frega. Ora sono alla ricerca di qualcosa di emotivamente destabilizzante, forte e deciso, in sostanza un po' cerebralmente complesso. Questo amo del thriller: la sua imprevedibilità, il suo non essere scontato o troppo evidente, quello scoprire continuo che non si azzera mai, le domande che non sempre trovano risposta, quei castelli costruiti saldamente ad ogni capitolo e demoliti in quello successivo. L'impatto psicologico che deve essere deciso, costruito, rigenerante.

Ahimè, questo non sono proprio riuscita a trovare in Phobia. Che peccato!

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